Stress & Mindfulness

Quando tutto sembra urgente

L'ansia ti dice che tutto è urgente. La consapevolezza prova a chiederti: lo è davvero?

Ci sono momenti in cui abbiamo davvero qualcosa di urgente da fare.

Un'emergenza, una scadenza, qualcuno che ha bisogno di noi.

E poi ci sono tutti gli altri momenti.

Quelli in cui, senza quasi accorgercene, viviamo come se dovessimo correre continuamente dietro a qualcosa.

Il telefono che decide dove guardare

Uno degli esempi più evidenti sono le notifiche del nostro smartphone.

Lo smartphone è senza dubbio una delle più grandi innovazioni tecnologiche che abbiamo avuto a disposizione. Ci permette di comunicare, lavorare, informarci, orientarci e fare in pochi secondi cose che fino a qualche decennio fa avrebbero richiesto tempo e strumenti completamente diversi.

Ma c'è un piccolo particolare.

Le notifiche sono diventate degli intrusi costanti nelle nostre vite.

Social, email e soprattutto programmi di messaggistica hanno imparato a entrare continuamente nella nostra attenzione.

Immagina questa scena.

Stai parlando con tuo figlio.

Oppure con il tuo partner.

State parlando di qualcosa.

Poi:

bzz.

Una notifica.

Poi un'altra.

bzz. bzz.

Tre, quattro, cinque notifiche.

E magari diventano sette. Dieci.

All'improvviso la conversazione che stavi avendo è stata interrotta da qualcosa che ti spinge a portare la tua attenzione altrove.

E la cosa incredibile è che spesso lo facciamo quasi automaticamente.

È come una calamita.

Che sarà successo?

WhatsApp?

Una mail?

Instagram?

Un gruppo?

Qualcuno ha scritto qualcosa?

Siamo diventati così abituati a questa modalità che ormai non ci sembra nemmeno più strano vedere persone che parlano e contemporaneamente leggono WhatsApp, rispondono a una mail, controllano Instagram o guardano cosa ha pubblicato qualcuno.

E magari lo facciamo anche noi.

Dimmi se non ti è mai capitato.

Ma è davvero urgente?

Questa è la domanda che mi interessa.

Perché una notifica non significa necessariamente che qualcosa sia urgente.

Significa soltanto che qualcosa ha richiesto la nostra attenzione.

Sono due cose molto diverse.

Eppure il nostro cervello sembra trattarle spesso allo stesso modo.

Il telefono vibra e noi guardiamo.

Non perché dobbiamo necessariamente farlo.

Perché abbiamo imparato a farlo.

E questo è interessante anche dal punto di vista della consapevolezza.

Perché magari il problema non è eliminare lo smartphone.

Il problema potrebbe essere iniziare ad accorgerci di quanto spesso lasciamo che sia qualcosa di esterno a decidere dove mettere la nostra attenzione.

E poi c'è il nostro corpo

Ma le notifiche sono soltanto un esempio.

Ce n'è un altro molto più banale, e forse proprio per questo ancora più interessante.

La nostra camminata.

Prova a farci caso.

Quante volte stai semplicemente andando da qualche parte e ti accorgi che stai camminando molto più velocemente del necessario?

Stai andando in farmacia.

Oppure a comprare il pane.

Non devi prendere un aereo.

Non sei in ritardo per salvare il mondo.

Eppure cammini come se qualcuno ti stesse inseguendo.

"Oh, ma dove corri?! Non dovrai mica salvare il mondo ogni minuto!"

E magari hai ragione.

Non c'è nessuna emergenza.

Non devi arrivare prima.

Non c'è niente che richieda quel ritmo.

Eppure il corpo corre.

Anche al volante dobbiamo correre

Poi c'è un altro posto dove, molto spesso, voliamo.

La macchina.

Piede a tutto gas.

E no, non è sempre perché siamo appassionati di guida sportiva o perché abbiamo dentro di noi un piccolo pilota di Formula 1.

A volte sembra quasi una valvola di sfogo.

Chissà perché, poi, molti di noi quando salgono in macchina diventano improvvisamente cani alfa.

Vogliamo comandare.

Vogliamo passare.

Vogliamo arrivare prima.

E saremmo quasi disposti a fare un giro dal carrozziere piuttosto che concedere la precedenza a quella vecchietta un po' impacciata che sta cercando di immettersi nella strada.

O a lasciare attraversare un pedone.

Tutto sembra diventare una gara.

Fast & Furious.

Fuori in 60 secondi.

Devo correre!

Ma chi lo dice?

Chi ci sta inseguendo?

Dove dobbiamo arrivare così velocemente?

A volte, semplicemente, nessuno.

È il nostro cervello in modalità "fare".

Fare.

Arrivare.

Rispondere.

Concludere.

Andare.

E quando siamo dentro quella modalità, sembra quasi che fermarsi un attimo sia una perdita di tempo.

Il corpo fa quello che il cervello gli chiede

Questi sono soltanto tre esempi apparentemente molto diversi.

Una notifica che interrompe quello che stiamo facendo.

Una camminata più veloce del necessario.

Un viaggio in macchina trasformato in una gara.

Ma tutti possono raccontarci qualcosa di interessante:

il nostro corpo e i nostri comportamenti possono seguire richieste che arrivano dalla nostra mente anche senza che ce ne rendiamo pienamente conto.

Non necessariamente perché qualcuno ci abbia ordinato di fare qualcosa.

A volte semplicemente abbiamo interiorizzato un ritmo.

Devo rispondere.

Devo controllare.

Devo arrivare.

Devo fare.

Devo essere produttivo.

Devo essere sempre disponibile.

Devo fare tutto subito.

E così, piano piano, l'urgenza diventa una modalità con cui attraversiamo la giornata.

Forse non siamo sempre sotto pressione perché abbiamo troppe cose da fare. A volte siamo sotto pressione perché abbiamo imparato ad affrontare anche le cose normali come se fossero urgenti.

Possiamo regolarci?

Sì.

Certo che possiamo.

Ma forse il primo passo non è cercare immediatamente di cambiare tutto.

Il primo passo potrebbe essere molto più semplice:

accorgersene.

Accorgersi che il telefono ha vibrato e che la nostra mano è già partita verso lo schermo.

Accorgersi che stiamo leggendo un messaggio mentre qualcuno ci sta parlando.

Accorgersi che stiamo camminando velocemente senza avere realmente fretta.

Accorgersi che stiamo guidando come se fossimo inseguiti.

Accorgersi che siamo tesi.

Accorgersi che stiamo facendo tre cose contemporaneamente.

Accorgersi, semplicemente, di quello che sta accadendo mentre sta accadendo.

Questa, per me, è già tanta roba.

Perché tra ciò che accade e ciò che facciamo esiste uno spazio.

A volte è piccolissimo.

Ma c'è.

E imparare a riconoscerlo significa iniziare a recuperare una cosa preziosa:

la possibilità di scegliere.

Non dobbiamo salvare il mondo ogni minuto

Forse il punto non è diventare persone lente.

Non dobbiamo eliminare le notifiche, camminare piano e meditare tutto il giorno.

E nemmeno dobbiamo demonizzare la tecnologia.

Il punto è un altro.

Possiamo smettere, almeno ogni tanto, di vivere come se tutto fosse urgente.

Possiamo rispondere a un messaggio più tardi.

Possiamo ascoltare nostro figlio senza guardare il telefono.

Possiamo camminare verso la farmacia senza correre.

Possiamo guidare senza trasformare ogni incrocio in una sfida personale.

Possiamo fare una cosa alla volta.

E soprattutto possiamo iniziare a chiederci:

"Questa cosa è davvero urgente o io la sto vivendo come se lo fosse?"

Forse non cambierà il mondo.

Ma potrebbe cambiare il modo in cui attraversiamo la nostra giornata.

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci.

Una notifica arriva.
Una mail arriva.
Qualcuno ci scrive.
Abbiamo una cosa da fare.
La giornata corre.

Queste cose accadono.

Non sempre possiamo decidere cosa ci accade. Ma possiamo imparare ad accorgerci di come reagiamo.

E forse è proprio da lì che comincia la consapevolezza.

Un respiro.
Un passo più lento.
Una notifica che può aspettare.

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